domenica 25 settembre 2011

Il trentennale di Lacan


Lacan inizia il suo insegnamento negli anni Cinquanta e lo prosegue ininterrottamente fino alla sua morte, il 9 settembre 1981. Quest’anno ricorre il trentennale della sua scomparsa: a che punto siamo con il suo lascito intellettuale? Trent’anni sembrerebbero un tempo ragionevole per fare il bilancio dell’opera di un pensatore, ma quanto più procediamo nell’esplorazione della miniera di temi che Lacan ha aperto, soprattutto negli ultimi anni, tanto più ci rendiamo conto di quanto lunghi saranno i lavori per venire a capo di quello che oggi si presenta non semplicemente come un rinnovamento, ma come una radicale rifondazione della psicoanalisi.

Conosciuto in vita come estroso intellettuale che innesta nella psicoanalisi lo strutturalismo, che definisce l’inconscio a partire dal linguaggio e che si avventura in barocchi labirinti concettuali e formali, Lacan era considerato il rappresentante di una corrente minoritaria, particolarmente acculturata e complessa, della psicoanalisi, di cui sembrava difficile per un clinico occuparsi e che era considerata regno di specialisti e appassionati.

Oggi vediamo che sempre più, anche nelle riviste ufficiali anglofone, il nome di Lacan ricorre come un riferimento inevitabile, con cui è necessario fare i conti, i cui concetti fanno parte non di una piccola corrente ma di un patrimonio comune. Quel che fino a pochi anni fa veniva valutato come un fenomeno culturale, di innegabile importanza, ma di cui non venivano prese in considerazione le ricadute cliniche, comincia oggi a essere visto in tutta la sua importanza anche sul piano clinico.

Nelle commemorazioni pubbliche che si sono potute leggere l’accento cadeva sovente sulla figura: gli abiti estrosi, la sua impazienza, il suo dandysmo, i suoi sigari...

Bisogna distanziarsi da questo folklore per penetrare nella densità di un’opera complessa, certo, ma di cui ora si cominciano ad avere a disposizione gli elementi per renderla non solo leggibile, ma fruibile.

Lacan non parlava di teoria psicoanalitica, parlava della psicoanalisi come di una pratica, che richiede un’azione, o un atto, complessi, in un contesto in cui occorre sapersi orientare.

Quando si guardano i cambiamenti più azzardati da lui introdotti, l’esercizio delle sedute a tempo variabile per esempio, Lacan colpisce per la sua audacia, per la sua mancanza di inibizioni istituzionali. Ma non è la sua arditezza l’aspetto davvero interessante, e non cogliamo nulla della sua pratica se non sappiamo vedere i problemi a cui le sue innovazioni rispondono. In questo caso, con le sedute variabili, si trattava di sgelare una standardizzazione che avrebbe finito per spegnere ogni dinamismo nell’esperienza analitica. Ci sono però un gran numero di altri temi che man mano affiorano ora che i suoi seminari escono in versioni definitiva, e che ci spingono a reinterrogare le basi la nostra disciplina, di cui scopriamo la spinta propulsiva e il valore sociale.

È tempo infatti che gli psicoanalisti escano dal chiuso dei loro studi, che si rendano conto dell’ampiezza e della potenza dell’azione che la psicoanalisi può esercitare nel mondo attuale, e della necessità di quest’azione.

In un momento in cui lo scientismo, l’impero del calcolabile, il liberismo spinto mettono il mondo nel vicolo cieco di una crisi mal gestita dalle politiche vigenti, la nostra Scuola lancia un Forum per sondare le angosce economiche, politiche e spirituali della civiltà attuale. Occorre parlare ormai non solo nei nostri seminari e nei nostri corsi, ma da una tribuna che sia per tutti, perché quel che facciamo va nel senso dell’interesse generale, e in Lacan ci sono tutti gli strumenti concettuali necessari per leggere e affrontare un disagio che sempre più prende la china dell’insopportabile. È il programma che possiamo prefiggerci da ora per gli anni a venire.

Marco Focchi

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