lunedì 29 ottobre 2012

Il glamour della psicoanalisi


È uscito il mio nuovo libro: Il glamour della psicoanalisi, Antigone Edizioni. Se ne può leggere di seguito l'introduzione.


INTRODUZIONE

L’efficacia è un tema che sempre assilla la classe manageriale. Un filosofo raffinato come François Jullien, autore di un complesso Trattato sull’efficacia, dove mette a confronto sull’argomento tutta la cultura cinese e quella occidentale, è stato prontamente invitato a uno stage rivolto a manager aziendali probabilmente impegnati in qualche tipo di transazioni commerciali con l’Oriente. L’ideologia corrente, e non solo quella manageriale, tende ad accreditare la convinzione che l’efficacia sia semplicemente un problema tecnico. Salta invece agli occhi la sua ineludibile valenza politica. Non c’è un’idea neutrale di efficacia.
La visione utilitarista, propria della cultura d’impresa, mira a massimizzare i benefici delle nostre azioni, che devono quindi andare a segno con il minimo di perdite. No a giri tortuosi, no a indugi, no al lezioso gioco con il tempo che promuove l’inutilità del godimento in un’economia incentrata sull’eccesso e sullo spreco, come quella di cui parlava Georges Bataille.
La prospettiva dell’efficacia, pensata in termini utilitaristi, viene applicata oggi, senza troppo selezionare, praticamente a tutto, quindi anche al campo delle psicoterapie. Se l’azione efficace consiste nell’accordare i mezzi con i fini, qual è il fine o, in ultima istanza, il prodotto che deve derivare dalla psicoanalisi? La salute? Il benessere? La guarigione? 
In medicina la salute si sa cos’è: l’ha definita l’OMS come completo stato di benessere fisico psichico e sociale scatenando polemiche interminabili, e sappiamo anche come l’esperienza della psicoanalisi, incentrata su una mancanza, getti un’ombra su tutto ciò che si pretende completo, integro, totale. 
Il benessere invece è il terreno di caccia delle terapie olistiche, centro di risonanza di tutte le armonie, pericoloso punto d’incrocio tra medicina e morale, o moralismo, aspetto da cui l’etica freudiana si ritrae, vedendolo come un imbonimento di buon comando. 
Cosa sia la guarigione dal punto di vista medico è chiaro: è la restitutio ad integrum, il ritorno a uno stato precedente la malattia. Ma cos’è la malattia nel campo dell’igiene mentale, se cerchiamo di andare al di là di una definizione che faccia perno sul concetto di norma decostruito dalla tradizione freudiana?
Gli schemi correnti di quel che si tratta di produrre quando si opera una terapia non sono applicabili alla psicoanalisi se non dando per scontati una quantità di temi su cui, nel Campo freudiano, stiamo lavorando da anni. 
Se, per esempio, come criterio di guarigione, si adotta quello della remissione dei sintomi, troveremo che la psicoanalisi non è in sintonia con questo criterio, perché essa promuove piuttosto un diverso uso del sintomo, che ne fa un segno di godimento. Quel che la psicoanalisi chiama sintomo infatti non è la stessa cosa di quel che la medicina chiama con lo stesso nome, come è spiegato nel terzo capitolo di questo libro.
Occorrono quindi, quando si entra in questo terreno, particolari precauzioni critiche. 
Si potrà pensare allora che si tratti di un problema epistemologico e che occorra andare ai fondamenti di verità della dottrina mettendoli alla prova. Forse per un po’ abbiamo creduto a questa versione, e negli anni Ottanta e Novanta abbiamo speso tempo a discutere e a rispondere alle obiezioni dei diversi epistemologi, da Eysenck, a Grünbaum, che si sono espressi sullo statuto della psicoanalisi. Ma è una strada senza uscita, perché si parte da assiomi diversi.
Nei capitoli otto e nove del libro ho cercato di delineare alcuni temi epistemologici coerenti con la logica interna alla psicoanalisi, ed è questo, ritengo, il terreno specifico in cui occorre entrare. Agli epistemologi positivisti che hanno preso ad oggetto la psicoanalisi dobbiamo rivolgere l’obiezione che Bergson oppone a Zenone: non puoi misurare il passo di Achille con il passo della tartaruga.
L’alleanza tra lo scientismo e il management, messa in evidenza da Jean-Claude Milner sulla traccia di Leo Strauss, è oggi abbagliante perché non debba saltare agli occhi che tutti i problemi discussi sul piano epistemologico sono in realtà problemi politici. Il tema epistemologia e psicoanalisi, se non entra nel merito della logica specifica di ciò di cui vuole occuparsi, trova la propria verità nel rapporto, meno appariscente ma senz’altro più fattivo, tra amministrazione e psicoanalisi. Le contestazioni di legittimità epistemologica vanno spogliate delle loro parvenze scientifiche perché si mostri la loro vera sostanza, che è politica.
In effetti la psicoanalisi non entra in rotta di collisione con i criteri della scienza, ma con quelli delle amministrazioni liberiste che con la svolta degli anni Ottanta si sono insediate nei governi alla leadership del mondo occidentale. 
La Scuola di Chicago ha ispirato Ronald Reagan e Margaret Thatcher in una politica che ha reso l’economia sempre più autonoma dallo Stato e dalla società.
Il solo criterio accolto è stato quello della redditività, costi quel che costi. Abbiamo visto cosa è costato per esempio in Argentina il liberismo selvaggio che, al tempo di Menem, ha indotto ad applicare le ricette di Domingo Cavallo mirate a frenare l’inflazione, e finite con il grande saccheggio del dicembre 2001 messo in atto da una popolazione ridotta allo stremo.
In Italia l’anno della svolta è il 1980 quando, in ottobre, la marcia dei quarantamila, la cosiddetta maggioranza silenziosa, ha segnato alla Fiat la sconfitta sindacale epocale che ha aperto gli anni di un nuovo orleanismo, quasi a far eco a Guizot: “Arricchitevi!”. L’attualità di questo 2012 sta poi sotto gli occhi di tutti.
L’invasione del mercato innalzato a principio incontrastato plasma la mentalità, costituisce l’opinione, diventa la base trita e ritrita di ogni ragionamento, forma il fondo opaco di cui non occorre discutere, stabilisce silenziosamente la premessa essenziale dandola per scontata. Produttività, tempi rapidi, costi-benefici, efficacia diventano i cardini, gli assiomi su cui si basa ogni ragionamento.
È un solido pragmatismo fondato sulla quantità. Quanto rende un’attività rispetto a quel che costa? Quanta salute produce la psicoterapia? Quanto benessere mi dà la psicoanalisi? Quanto tempo mi ci vuole per ottenere dei risultati concreti? Quanto? Quanto? Quanto? La logica quantificatrice, anello di congiunzione tra lo scientismo e l’amministrazione, fa il suo ingresso trionfale dalla porta che gli apre il liberismo. Vedremo se il crollo della Lehman Brothers e le sorti della Grecia, a partire dalla quale si sono cominciate a percepire le reali dimensioni dell’attuale crisi, intaccherà i dogmi di questa dottrina estremista. 
Quella ingaggiata ora dall’epistemologia al servizio della governamentalità liberista non è una battaglia di verità, che riguarda i fondamenti di una dottrina e la sua coerenza con la pratica, è una battaglia d’opinione, mirata a promuovere una nuova dimensione del credibile. 
Pensavate che la chiave della vostra esistenza fosse nella storia che avete avuto, nelle tracce inconsce che gli eventi hanno lasciato in voi, nelle scelte che avete fatto, nelle svolte in cui la vita vi ha preso alle spalle, sorpreso, travolto, innalzato o sprofondato? Vi siete sbagliati! La chiave è nei geni. Siete infedeli perché avete un patrimonio biologico non conforme  – ma conformabile! – con i pii dettami della monogamia e del rispetto della famiglia, imposto ovviamente da una non negoziabile legge di natura. Siete depressi, pensate che il mondo non abbia posto per voi, siete convinti di essere la macchia umana che inquina la superficie della terra? È perché avete uno squilibrio chimico nel cervello, avete la serotonina mal dosata. Ma non c’è problema, perché disponiamo di una nuova generazione di farmaci senza gli effetti collaterali di quelli che vi abbiamo venduto fino a ieri, che rimette tutto a posto, e domani avremo una generazione di farmaci senza gli effetti collaterali che non abbiamo ancora scoperto in quelli che vi vendiamo oggi, e... si può andare avanti all’infinito: sono argomenti che non consentono obiezione. 
Battute e ribattute dai media, queste notizie diventano nutrimento quotidiano dell’opinione, diventano la cosa ovvia, su cui non occorre discutere. C’è la garanzia della scienza, dell’esperto, nuovo nome del Nome-del-Padre in versione pseudodemocratica: la sua autorità si fonda sulla certezza che solidamente abita la scienza. Si tende a dire che la fede è il luogo delle certezza e la scienza terreno di coltura del dubbio. Vero, ma quando la scienza trapassa all’opinione attraverso il veicolo rapido dell’informazione giornalistica, la semplificazione del sapere in pillole sfronda ogni dubbio innalzando l’ultimo garante: proprio perché la scienza traversa i dubbi del collaudato metodo per prova ed errore è in grado di secernere la perla di una certezza che si solidifica nella mentalità comune con la forza incorruttibile del titanio.
Dobbiamo renderci conto che nel XXI secolo non siamo più nell’epoca in cui la demolizione del principio d’autorità corrisponde, come è stato fino all’illuminismo, a una politica d’emancipazione. La democrazia degli esperti, dei protocolli e dei sondaggi costruisce strutture governamentali  autoritarie ancora più potenti e totalizzanti. Di fronte a questo la psicoanalisi costituisce un punto di resistenza che restituisce al soggetto la parola sequestrata dall’esperto. È questo a darle un particolare glamour. Non perché sia di moda. Certamente lo è stata per molti anni. Ora è semplicemente una pratica consolidata. Procedura che si affida solo alla relazione e alla parola, impossibile da verificare in un esperimento a doppio cieco, imperniata su qualcosa di così poco empirico come l’idea dell’inconscio, sintonizzata su una sessualità che non coincide con la pornografia dei sentimenti diffusa da reti televisive indifferenti a qualsiasi conflittualità che non sia d’interessi, la psicoanalisi porta la fiaccola di una cultura che va nel senso della modernità, arginando le forme degradate di positivismo che ne costituisce la zavorra ideologica.
La psicoanalisi punta al reale, ma non quello esposto all’osservazione, su cui si fondano i dati empirici e le statistiche. È un reale che si raggiunge traversando le parvenze, scandagliando le credenze. Non si può dunque sceverare, mettendo da una parte il reale, e dall’altra ciò che genera illusione, il make-believe, che è la definizione stessa del glamour.
Gli studiosi che si sono occupati del glamour
lo considerano un fenomeno sostanzialmente moderno, nato con il crollo dell’aristocrazia, quando l’ondata rivoluzionaria francese si è diffusa in Europa con Napoleone, destituendo le gerarchie consolidate e democratizzando le prerogative una volta aristocratiche alla bellezza, alla moda, al lusso, alla fama. Tutto quel che era chiuso nel cerchio inviolabile di una sofisticatezza elitaria, posata, controllata, rompe gli argini diventando giovanile, dinamico, piacevole e abbordabile.
Il glamour è la versione democratizzata delle parvenze, quel che Lacan chiamava semblant, e corrisponde all’epoca in cui il Nome-del-Padre ha perso il tradizionale carattere austero, si è pluralizzato, non è più il garante della norma sociale ma il vettore che apre la via al desiderio.
L’interessante per noi è che dove il positivismo, come a suo tempo il cinismo greco, vuol demolire le parvenze per ottenere un reale osservabile, snudato di addobbi, la psicoanalisi, puntando a un reale che non è sotto gli occhi di tutti, deve traversare, utilizzare più che non destituire le parvenze che costituiscono, per esempio, la mascherata femminile e la parata maschile nel gioco dei sessi. Il glamour della psicoanalisi è non aver bisogno di destituire le parvenze perché non ha necessità di crederci.
Capiamo allora dove avviene il dibattito che davvero conta. Non su The Lancet o su Nature, ma sui quotidiani, sulle reti televisive, nei podcast, in quel ronzio continuo che riempie le orecchie, che rende sordi a se stessi prima ancora che ai segnali dell’inconscio, perché tende a formatizzare il soggetto sulle esigenze della massimizzazione del profitto.
Si è preteso a volte che la psicoanalisi fosse una pratica autoritaria, si è detto che infantilizza i pazienti, ma la crescita in questi ultimi due decenni di una società autoritaria che tende a soffocare ogni scintilla di vita attraverso regolamentazioni che appiattiscono tutto è la dimostrazione migliore che la psicoanalisi prospera soltanto dove si respira democrazia autentica. Una pratica di liberazione del soggetto come quella della psicoanalisi è messa alle strette in un mondo che fa del soggetto il burattino del proprio patrimonio genetico, facendosi fiancheggiatore di un governo biopolitico il cui progetto è fin troppo appariscente per chi non ha gli occhi accecati dall’ultima puntata del Grande Fratello, e ha invece ancora nella memoria la lettura dell’autentico Big Brother, quello di Orwell. Convinto di descrivere solo le purghe staliniane, Orwell ha invece disegnato il mondo in cui ci accingiamo a vivere se non opponiamo resistenza: quello in cui il Grande Fratello ci mostra quattro dita di una mano dicendo che sono cinque, e il soggetto risponde con convinzione che è vero, sono proprio cinque!       

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